ARTURO FARINELLI.
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DANTE E MARGHERITA DI NAVARRA.
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1902. Tipografia dell'Unione Cooperativa Editrice, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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DANTE E MARGHERITA DI NAVARRA.
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Frammento di un'opera non ancor compiuta su "Dante in Francia".
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Da tutte le correnti che nel trentenne regno di Francesco primo, or rapide or lente, irrigarono la civilt di Francia: dal Rinascimento italiano che rinnov il culto del bello, lo studio dell'arte e del sapere antico e rese pi facile e lieta e pagana la vita che piegava affranta sotto il triste e lugubre peso della civilt medievale, da quell'epicureismo che l'arte avvinta alla bellezza corporea porta con s inevitabilmente e che il sollazzevole Boccaccio, novellatore insuperabile, faceva serpeggiare qua e l anche nel fondo degli spiriti austeri, dalle tradizioni patrie nel campo dell'allegoria e dell'oratoria sacra e profana, dal platonismo, dal mistico panteismo, dalla riforma infine, dalla riforma particolarmente che agit la Francia nelle sue radici profonde rileva la figlia di Luisa di Savoia, Margherita di Navarra, il fior vero delle regine del tempo, figura complessa, bella, nobile e spiccata figura, ben degna di rappresentare in Francia il culto maggiore che al massimo poeta abbia dedicato un secolo tutto rivolto all'imitazione dell'arte e della poesia italiana. A Margherita scriveva, nel febbraio del 1540, Vittoria Colonna, la sua "bona cugina, sorella et amica:" "havendo noi bisogno in questa lunga e difficile via della virt e guida che ne mostri il camino colla dottrina... in una sola fuor d'Italia s'intendeva esser congioncte le perfettioni della volont insieme con quelle del intelletto." Non tributava certo la marchesa di Pescara soverchia lode all'alta donna che, se in omaggio a' tempi suoi, gi infetti di smodata petrarcheria, dett troppi versi puerili e frivoli, abus d'imagini e di forme fredde e convenzionali e specchi al vivo la vita galante degl'illustri ed oscuri contemporanei in un ciclo di novelle, imitate in parte dal Decameron, rimase pur sempre la donna pi spirituale, pi sinceramente e profondamente religiosa del tempo e rivel, passato appena il bollore di giovent, un'anima tutta rivolta alla contemplazione del divino e dell'eterno. Alla Bibbia, ai santi padri, a Dante ispiratasi, inaugur in Francia una nuova poesia religiosa e filosofica, mise nel verso tutto il fremito della passione e l'ardore, l'intimit del sentimento, "il fervor dello spirito acceso in Cristo" e s'innalz sempre, come Pascal, cos vicino a Dante per molti rispetti, come Bossuet, come Malebranche, dal particolare al generale, dal finito all'infinito.
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Non possiamo dir bene quando cominciasse in Margherita di Navarra lo studio di Dante. Ancora adolescente ell'era avida di sapere, d'ogni lettura faceva tesoro per l'educazione dello spirito. Nella biblioteca del fratello ch'ella ciecamente adorava e sul quale nella buona e nell'avversa fortuna esercit sempre un salutare influsso, v'erano,  saputo omai, manoscritti e stampe della Commedia e nell'originale e in una frammentaria traduzione.  probabile che il Paradiso del Bergaigne fosse pi a lei di profitto che a Claudia la regina alla quale era dedicato.  probabilissimo che l'esule Alamanni favellasse anche a Margherita del grand'esule Alighieri, e verisimilissimo altres che le letture della Commedia divina fatte dinanzi al re giovassero a lei pure, a lei che del fratello era come guida spirituale. In un tempo cos devoto alla lingua e alle lettere d'Italia, devoto da sembrare ad alcuni servilmente sommesso, Margherita dov presto intendere la dolce favella in cui Dante e Petrarca avevano poetato. A chiarire il senso oscuro, a togliere ad alcuni versi il fitto velame, a spianare quelle difficolt nella lingua e nello stile che ad ogni straniero, e non allo straniero soltanto, si oppongono all'intelligenza della Commedia "difficile e oscura," ingombra di "voci puoco usate" anche per un francese del secolo di Margherita, che audacemente e miseramente rim in toscana lingua, ad un avviamento insomma allo studio spinoso e grave della Commedia avr pensato, cred'io, l'Alamanni, il solo italiano alla corte di Francia capace di comprendere non solo la lettera, ma lo spirito altres di Dante, il solo che dello spirito dell'uom sublime sentisse in s medesimo accesa qualche favilla. Si  detto e ripetuto sovente che Margherita sapeva l'italiano a meraviglia e l'usava nel carteggio con gentildonne amiche, ch'ella componeva anche, o facilmente o no, versi italiani, sullo stampo di quelli prodigati allora in Francia, dai troppo fecondi versificatori; ma quando pure non si volessero ritenere come vergate dall'uno o dall'altro de' suoi secretari le lettere italiane a Vittoria Colonna e non si supponesse apocrifo il sonetto in lode della marchesa, composto a mosaico con versi tolti a vari poeti nostri, all'Alamanni, a Bernardo Tasso, a Niccol Martelli e riprodotto nella troppo fantastica raccolta della Bergalli, quando anche non ci apparisse vera in tutto l'affermazione del nunzio Vergerio: "ella intende la lingua nostra d'Italia se ben non l'usa," chi potr dubitare ch'ella non affidasse a pi esperte mani l'incarico di dare acconcia veste italiana ad alcune epistole da lei redatte ed a certe sue poetiche divagazioni?
Amante assai della novella coltura italiana che diffondevasi in Francia, studiosa di Dante e di altri poeti d'Italia, del Boccaccio, del Sannazaro, del Bembo, non ripudiava per questo Margherita le tradizioni letterarie del passato, non rifuggiva dallo studio e dall'imitazione dei poeti di Francia del '300 e del '400. Ella aveva assai caro il "Roman de la Rose" che Clment Marot ristampava e levava al cielo; dell'allegoria del romanzo famoso risentono ancora le ultime rime, il vasto poema Les Prisons particolarmente, dove  pur s grave il concetto fondamentale, dove ad accrescere vigore e calore al verso  pur entrato lo spirito di Dante. E molto in pregio ella aveva ancora gli scritti di Alain Chartier; l'eloquenza magnanima, l'invettiva del Quadrilogue e quel continuo e tempestivo assestar di colpi in difesa dei lesi diritti umani dovevano ricordarle la fiera e fulminea invettiva dantesca, arma che inesorabilmente recide nella Commedia; ma di Alain Chartier ella amava pure le poetiche visioni meno originali, i versi d'amore, n sdegn trarre imagini e concetti dalla Belle dame sans merci che a' giorni nostri potr sembrare una soporifera nenia versificata, ma che in altri tempi e per pi di un secolo era gustata assai, si leggeva con trasporto, si traduceva in altre lingue, anche in italiano (e in terzine!), era parafrasata in leggiadri "rondeaux" da una illustre contemporanea di Margherita, Anne de Graville "Minerve de son temps" come clandestinamente la si volle nomare, intinta anch'essa di fede evangelica come Margherita, lettrice assidua del Petrarca e petrarcheggiante ella medesima, innamorata del Boccaccio del quale volle imitare e in parte trasfondere la Teseide.
Fu la comunione intima coi pi zelanti e convinti apostoli delle nuove tendenze religiose in Francia, della teologia paoliniana in ispecie, quella che diede all'animo sensibilissimo di Margherita la scossa maggiore sollevandolo dalla contemplazione delle cose terrene a quella delle celesti. Il suo spirituale colloquio con Lefvre d'Etaple, Grard Roussel, Michel d'Arande e con Brionnet, l'anima vera del cenacolo di Meaux, rinvigor in lei la fede gi profondamente radicata nel cuore, accentu la tendenza al grave e al sublime, all'estasi religiosa e al misticismo, la rese pi disposta a comprendere ed a sentire in s Dante. Con ci non voglio dire che i fautori della riforma in Francia avessero o tanto o quanto di comune con le idee e le aspirazioni di Dante. Dante precursore della riforma, Dante luterano e calvinista, sono chimere de' critici, com' chimera l'eresia in Dante supposta da Gabriel Rossetti e strombazzata poi dall'Aroux e da altri. Ma intendo che chi per dono di natura sa piegare la mente a' pensieri gravi e profondi, chi gett pi d'un libero sguardo sui problemi arcani e formidabili della vita, ed ha, aggiungiamo pure, bench possa parer follia ai d nostri cos limpidi, cos sereni, certa tendenza al misticismo, pi ed assai pi sar in grado di sentire il fascino della poesia dantesca di chi, senza farsi macro meditando sull'al di l della vita, senza torcere d'un filo le credenze degli avi, tranquillamente si culla in grembo della Chiesa e i dogmi suoi ne accetta comodi ed infallibili. "Arida  la Chiesa - asciutta come il torrente nel gran calore australe." "Nous sommes tous terrestres qui deborions estre tout esprit," scriveva a Margherita nel 1521 Guillaume Brionnet, discepolo valentissimo di Nicola Cusano che Giordano Bruno chiamava divino, grande ed eloquente propagatore di un cristianesimo rinnovellato sugli evangeli, sulla dottrina e le epistole di San Paolo. A costui molte volte si rivolgeva la sorella di Francesco I "povera pecorella smarrita" che di guida e di nutrimento aveva bisogno. "Ainsy que la brebis en pas estrange errant... lieve naturellement la teste pour prandre l'air du lieu o le grand berger par ses bons ministres luy a acoustum donner doulce nourriture... trop indigente par faulte d'avoir bien mis  prouffict la reffection spirituelle que j'avois prinse en vostre devote compagnie." E lui prega di scendere dall'alto monte, di sorreggerla pietoso, di scuoterla dal letargo, di confortarla con la parola divina, d'incamminarla alla virt vera, al vero amore, perch non isterilisca in lei la divina grazia: "soufflez souvent ce feu pour nous enflammer, et attizez le bois encoires vert  forces d'occasion." E soffiava infatti il Brionnet con parola calda, imaginosa, ispirata, con fervore d'apostolo che sente in s potente il suo Dio, e fremente delle ingiurie che la Chiesa male amministrata da' capi indegni faceva senza ritegno alcuno a Cristo; scrive a Margherita quelle epistole, or date in luce, tutte sfavillanti di metafore ardite, ma che rivelano in lui un sentimento poetico non comune, qualcosa come l'anima di un Bossuet o di un Lamennais. "Si la paresse des vignerons, comme dict le saige, rend la vigne infructueuse et en friche, que peuvent faire le vignerons de l'Eglise peu choisiz et esleuz. L gist la source et naissance du poison qui tue les ames, et pour neant l'on reclorra la vigne, sy l'entree est  chacun ouverte et mal gardee." Cos, mentre nel regno di Francesco I con stridor grande si scatenavano le procelle, non varcato ancora il primo quarto del secolo, Margherita in cui il Brionnet ammirava la "vehemente et sainte affection,  tutta alle cure dello spirito, alla devozione mistica, alla mistica speculazione. La Bibbia che sovrasta altissima sull'edificio della scienza, conforto, eppur tiranna dell'uomo (Le Prisons), San Paolo "grant zelateur de l'honneur de Dieu" agiscono con potere magico sulla forte coscienza di questa donna.
La quale tutta accesa nel pensier divino, senza le esaltazioni ed allucinazioni di Santa Teresa, immersa come Pascal e il Leopardi nel gran mare dell'infinito, pur proclamando la teologia, somma fra le scienze, rifuggiva dalle teologiche discussioni che inaridivano molti cervelli del tempo. La religione sua sta tutta nel sentimento, non nel dogma. "On pourroit verifier que les femmes ne sont gueres propres  traicter les matires de theologie," pensava il Montaigne negli Essais (I, 57). Margherita ben guardavasi dallo spinger oltre il ragionamento in materia di religione; pi che non ragionasse, ella, poco atta alla filosofia, natura di poeta e di artista, natura opposta affatto a quella di Calvino, trovava sfogo nel verso, dove  tutto il primo, l'immediato impulso dell'appassionata anima sua. "Pour recevoir ceste doctrine saincte, O les vertus pourrez trouver sans faincte" dice ella nelle Prisons, la sua commedia divina, "il vous fault il et corps arrester, Et vostre cueur ouvrir et apprester."
Pi che la vita del pensiero, ella vive la vita del cuore. Riconosceva i limiti prefissi all'umana ragione, ammoniva le genti come Dante, di star contenti "al quia:" "O cuyder! Tu affolles Par ton orgueil le cueur." Ella che "pi fiaccole e candele" aveva consumate leggendo a tarda notte, non sa ben quanti "docteurs irrefragables, Docteurs subtilz, serafiques, amables, Les anciens, les moyens, les modernes" (Prisons, 193) ella, del vaniloquio de' dottrinari e filosofanti  pochissimo edificata: "leurs ergotz et leurs distinctions" dice, "Assavoir mon (?) et contradictions, N'ont resist qu' travers leur escorce" (Prisons, 225). E come Dante, o Beatrice per sua bocca, condannava gli espositori astrusi delle sacre scritture, che il vero torcevano, mossi dal desiderio di destare stupore pei miracoli della dottrina (Paradiso, XXIX): "Voi non andate gi per un sentiero Filosofando; tanto vi trasporta L'amor dell'apparenza e il suo pensiero. Ed ancor questo quass si comporta Con men disdegno, che quando  posposta La divina scrittura, o quando  trta," Margherita pur motteggia i troppo assidui interpreti del verbo divino che a loro talento travolgevano: "Autres ont prins labeur  l'exposer, A la notter ou bien  la gloser, Paraphraser ou additionner; Autres luy ont bien sceu le nez tourner, La voulant rendre  leurs heures subjecte: Ce sont ceulx l que Moyse rejecte, Qui font raison contro la foy jouster, Quant ont voulu oster ou adjouster Quoyque ce soit  la saincte parolle."
Solo in quel vero che la scienza divina discopre, l'angosciosa anima sua, come quella di Dante si chetava (Con., II, 15). E la verit, spoglia d'ogni velame, quella verit che non osava chiedere il Lessing, perch unicamente posseduta da Dio, celata in eterno agli uomini, non altro desiderando che l'aspirazione al vero, Margherita l'invoca con ardore nell'Oraison de l'me fidle, perch scenda dal cielo e al fondo del suo spirito si posi e ne scacci l'errore:"O vrit,  plusieurs incongnue, Las! il est temps que ceste obscure nue O tu te tiens, tu vueille rompre et fendre.... Vien vrit, au fondz de nos espritz, Fais que le feu d'amour y soit esprit. Vien vrit, que rien ne nous desguise Chasse l'erreur forge par les hommes." Dante, ognun sa, aveva esclamato nel Paradiso (IV). "Io veggio ben che giammai non si sazia Nostro intelletto, se il ver non lo illustra, Di fuor del qual nessun vero si spazia."
Al perfetto amor divino, alla virt perfetta l'avviavano oltre la fede sua, evangelica nel fondo, ma non in tutto conforme al pretto e puro protestantesimo, gli studi platonici che, negli anni estremi massimamente, le porgevano grande conforto. A Lione, vero focolare del Rinascimento di Francia, dove sembrava rivivere l'Atene antica e la moderna Firenze, ella fu come il centro, la guida spirituale degli innamorati della dottrina "trs subtile" e "trs fine" di Platone. Il Dubois, Etienne Dolet, Bonaventure Desperiers, Hroet, Maurice Scve e molti altri, sollecitati da Margherita, commentano, traducono, espongono il sommo filosofo, dietro la scorta del Bessarione, del Gemisio, di Marsilio Ficino particolarmente, la cui versione latina dei dialoghi era divulgatissima, e all'inno che intuona la real donna mescolano la voce loro. Le dottrine neoplatoniche mirabilmente sembravano accordarsi alla sua tendenza al misticismo. Ai banchetti offerti dal divo Platone sedeva ella pi che altri bramosa di pasto. Ella che ben conosceva la lotta de' sensi e il trascinare a terra delle passioni d'amore, non si stanca di celebrare il forte amore svincolato da' sensi che a Dio, termine ultimo, bene supremo ci ricongiunge "le lyen de mariage, conjoinct de Dieu:" "l'amor che mosse il sole e l'altre stelle," come Dante dicea. Nella sinfonia sulla divina essenza d'amore, sinfonia in verit poco varia di accordi, risuona come principal motivo l'unione immediata dell'uomo con Dio, il confondersi della creatura terrestre meschina e nulla col gran Tutto possente che si prodiga, che si espande, che in noi vive: "Tu es en nous vivant et nous vivons, (Oraison de l'me fidle). Con quale entusiasmo avrebbe ella letto nel Convivio di Dante il vangelo d'amore che ben s'accordava colla dottrina platonica! Ma il Convivio era allora opera ignota in Francia e Margherita non pot farne mai come del Simposio il suo pascolo abituale.
Prima certamente che Margherita cercasse nelle dottrine neoplatoniche ristoro allo spirito da mille scosse affranto, ella conosceva e leggeva la Divina Commedia. Ma nei primi scritti e nei primi versi invano cerchi le traccie delle letture dantesche. Il gran nome di Dante non lo ricorda che tardi, a vita inoltrata. Dello spirito di Dante solo le allegorie poetiche degli anni estremi portano l'impronta. Come spiegare questo lungo oblio del sommo poeta che a lei fu duce e maestro venerato? Le lettere vergate fin verso la met del 3 decennio del '500 non tradiscono menomamente lo studio o la lettura della Commedia, e se Margherita chiama purgatorio di Spagna la prigionia fatale del fratello a Madrid, se in una lettera a Francesco I (del 1536), rammentando le campagne del conte di Frstenberg, scrive: "Il y a bien diffrence du purgatoire honteux d'Italie au paradis glorieux de ce camp," sono espressioni coteste correnti a quei tempi e in tutti i tempi, che pur ritornano nell'opera in versi della nobil donna, e non involgono punto una conoscenza de' regni oltremondani visti e descritti dall'Alighieri. In altra lettera, anteriore di due anni, pure diretta a re Francesco (Fontainebleau, 1534) aggiunge un capriccio in versi in forma di "rondeau" e quivi motteggia Dante, la Commedia, il suo triste inferno, gli amori suoi stolti e senili.  il primo accenno al venerato poeta e suona cos irriverente, cos beffardo! "O! que je voy d'erreur la teste ceindre" A ce Dante qui nous vient icy peindre Son triste enfer et vieille passion D'ung ennuy pris!" E sul motivo dell'"ennuy pris" tira innanzi ancora una strofetta sciagurata in offesa a Dante. "A quarante ans vouloir encores faindre D'avoir le mal que l'age doit refraindre, Puis par despit courre a devocion Prenant le tan (temps) pour ferme ficsion, C'est une fin plus qu' ensuivre  craindre D'ung ennuy pris!" Par di trasognare. Ma chi vedesse seriet alcuna in questi poveri versi e nell'ironia sull'amore a' 40 anni un sentimento ostile all'altissimo poeta, mal giudicherebbe Margherita che amava sbizzarrirsi talvolta, e per passatempo rimava goffaggini e contraddiceva senza un pensiero al mondo la natura sua dignitosa e grave, rivolta pi all'interiore che all'esteriore, rideva talora follemente quando aveva il pianto nell'anima. In questo medesimo capriccio in rima  ancora un ricordo al "Nessun maggior dolore" che coceva il cuore di Francesca e che Margherita ha l'aria di ripudiare come sentenza fallace: "D'ung ennuy pris elle ne se doit plaindre, Mais le cacher, s'il ne se peult estaindre, Car honneste dissimulacion, En regrettant la consolacion Du temps pass qui ne se peut ratteindre." A cuor leggero, ella scriveva di tali cose. Ma quando la sventura l'ebbe tocca sul pi vivo e gran vuoto ella vide a s d'attorno, laddove un tempo si credeva felice, quando tutto l'edificio dei sogni vagheggiati si franse e le delusioni crude negli affetti pi sacri la spinsero a pi fortemente stringersi a quell'ara di rifugio ch'era per lei la fede, allora non dir pi che l'et cresciuta vuol sacrificato l'amore; riandando il tempo passato e la felicit perduta dar libero sfogo al dolore, avr caro il sommo poeta che i patimenti e le miserie degli animi afflitti lenisce col canto e lagrimando premer dal cuore gonfio, come poi pi volte dovr premere un sommo lirico, lord Byron, il "Nessun maggior dolore" di Francesca.
Margherita frattanto, pur conoscendo la Commedia, libro oscuro agli scrittori contemporanei, negletto da tutti, rima non differentemente dei contemporanei e senza temprare il pensiero e lo stile sui versi pregni d'idee e di affetti del vate altissimo. Quegli accordi che la lira di Clment Marot abilmente vibrava leggeri, leggeri, pur li vibra la lira di Margherita. La donna che s travagliata ebbe l'anima dal tumultuare tempestoso de' sentimenti, dal pensiero dell'infinito e dell'eterno, troppe volte fa forza a s medesima, troppo concede all'andazzo de' tempi. I versi molli e vacui, le sdilinquiture e petrarchesche preziosit che profondevansi in Francia con indifferenza piena dell'intelletto e del cuore, come li profondevano i mille sciorinatori di rime nella fertile Italia del '500, le "mignardises" che deliziavano l'abate Melin de Saint Gelais, gran rimescolatore anche lui di roba italiana, corrono abbondanti in mezzo ad altri versi di concetti gravi e d'intensa fede nutriti. Troppi fiori colti ne' giardini d'Arcadia trovi in quelle "Margherite" che un editore di Lione offerse al pubblico nel 1547 trascegliendo dalle opere del fior delle regine. Povera e monotona la versificazione, trasandato lo stile, frequente quel "prosaque verbiage" che Gaston Paris non a torto biasim anche nell'opera poetica degli estremi anni della donna egregia. Ma tratto a tratto, qual era nel fondo, Margherita osa rivelarsi: poeta di cuore e non di cervello. Ella porge orecchio ai canti del popolo e ne imita e riproduce le movenze e gli affetti; ascolta anzitutto la voce imperiosa e possente del cuor suo, temprato alla fede, all'abnegazione, al dolore e quanto dentro l'amor divino le detta rivela nei Carmi spirituali, nel Miroir de l'me pcheresse, nell'Oraison de l'me fidle dove  tutto il fervore di un'anima grande che ali avea per volare al cielo, dov' parte di quella "gracieuse pasture" che il Brionnet e le altre guide del suo spirito le avevano amministrata, il panteismo mistico che s'accentua ognor pi nella concezione della vita e del mondo, dove, nelle ardite imagini particolarmente, nell'ampiezza dell'idea e nella solennit dello stile appare continua e forte l'ispirazione biblica. Alla solenne terzina dantesca che Margherita us pochi anni prima di spegnersi, non piega il metro ancora e facili, troppo facili le scorrono le rime predilette a' versi baciati.
Bench riluttante ad ogni netta distinzione, giammai corrispondente al vero, due periodi inclinerei ad ammettere nella produzione poetica dell'augusta donna: l'uno abbraccia le liriche fino alla morte di Francesco I che fu lo schianto maggiore da lei sofferto e reclinolla su di s solitaria, affranta, periodo che non risente punto della lettura di Dante; l'altro comprende le liriche, i vasti poemi degli ultimi tre anni di vita, dove  frequente l'ispirazione dantesca nella forma e nel contenuto. Con ci non vorrei risolutamente negare quell'unit, quella regolare evoluzione nell'opera di Margherita, vantata fuor di misura dal recente scopritore ed editore delle ultime rime. A certi ravvedimenti e ritorni improvvisi sulle passate follie, come ogni uom mortale, non and esente anche Margherita. Ma sul declinare della vita, fiore piegato sullo stelo che pi non s'erge e pi non ride al sole, Margherita fugge i vani desideri e gli allettamenti mondani, piange "le temps pass qui ne se peut ratteindre" e il volger dei passi suoi per via non vera, pon fine al novellare licenzioso, chiede a Dante ispirazione pi grave ai suoi concetti. "Non inferiora secutus"  la sua divisa. Lo spirito assorge sempre pi all'alto; il terreno scompare. La lirica sua  un intimo colloquio con Dio. Ben ella poteva ripetere con Dante (Parad. XXVI): ".... Tutti quei morsi Che posson far lo cor volger a Dio, Alla mia caritate son concorsi: Ch l'essere del mondo, e l'esser mio Con la predetta conoscenza viva Tratto m'hanno del mar dell'amor torto E del diritto m'han posto alla riva."
La sventura che sempre gener la poesia pi nobile, profonda e durevole avvicin Margherita di Navarra a Dante e come a Cristine de Pisan un secolo prima, fece anche a lei cercare a conforto ed a pascolo dello spirito il volume del sommo. La corona che posa sul capo alla regina di Navarra  corona di spine. Come la sua Amarissime ella pu gridare al cielo, alla terra, fra le selve e le pianure il suo dolore. Unico guiderdone d'amore, dic'ella,  la mestizia. "Je tiens malheureuse la femme Dont le cueur est d'amour martir," dice certo personaggio di certa sua Commedia. Infelice ella fu e senza limiti per martirio d'amore. "Las tant malheureuse je suis Que mon malheur dire ne puis" cos nella pastorale in morte di Francesco I. "Pertes, regrectz, crainctes et trahisons", recano al corpo e all'anima continuo tormento: "plus que ne peult porter ung cueur de femme." (Epistre au roy de France), l'inabissano nel dolore: "je ne pourrois porter la multitude et vehemence de ses doulleurs." Dal mondo esterno ella non ha che inganni ed amarezze. Ella  abbandonata dai suoi pi intimi,  tradita dal marito, la precede nella tomba il fratello adorato; ad ogni procella il cuor sanguina e le procelle fremono continue e veementi sul suo capo; soffia il vento impetuoso e sbatte qua e l la tenera fronda. Rammentando forse la "nave senza nocchiero in gran tempesta" a cui Dante assomiglia la derelitta Italia, ella chiama s medesima nel suo poema in terzine: "Navire loing du vray port assable." Come Cristine de Pisan, pure sventuratissima "pauvre tourtourelle," con la quale oltre il culto per Dante molte altre virt dell'intelletto e del cuore ha comuni Margherita di Navarra, ella sa che a tutti i mali che travagliano l'uomo, unico efficace rimedio  la scienza, e la scienza; i "dictz des philozophes," i loro "beaux faictz"volle magnificare nel poema Les Prisons. La brama di sapere enciclopedico solleva la figlia del luminoso Rinascimento ben al disopra di Cristine de Pisan avvolta ancora nel mondo tenebroso della pedanteria ed indigesta erudizione medievale. Ma di fronte a Dio e agl'imperscrutabili editti la scienza medesima scompare. La poesia, quel godimento estetico serbato a' pochi eletti che sanno trasfondere nel verso e con arte vera l'intimit del sentimento e narrare altrui i propri affanni, unico godimento in tante sciagure provato dal Leopardi, medicava anche a lei le ferite del cuore "nul repos sy plaisant ne puis prendre Qu'a raconter mon malheur et gemyr" (Comdie sur le trespas du Roy). Similmente la marchesa di Pescara, tutta in s raccolta, dopo la morte del marito e tutta dedita agli esercizi di piet e di devozione, confortava col verso lo spirito affranto "sol per sfogar l'interna doglia Di che si pasce il cor, ch'altro non vole." Dalla marchesa, Margherita di Navarra aveva ricevuto, per mezzo del Gualteruzzi, un esemplare manoscritto delle rime, ma io non credo che da esse abbia potuto trarre, come gi Michelangelo, ispirazione alcuna, quantunque in gran conto tenesse l'amica d'Italia e grande aiuto da lei si aspettasse nelle cose spirituali. Pi facile ed abbondante, pi naturale, immediatamente balzato dal cuore, con impronta propria, in forma pi eletta scorreva a lei il verso che alla bella marchesa.
La natura che ai piagati nell'animo e di grande sensibilit parla il suo linguaggio arcano, da pochi intesa nel Rinascimento, s in Francia che in Italia, era intimamente e profondamente compresa ed amata dalla regina di Navarra, assai pi del Lemaire, pur devoto un tempo a Dante. Fra la natura e l'animo suo e le sue aspirazioni al gran tutto divino era secreto accordo. Nei fenomeni esteriori, come s sovente e in modo insuperabile solea far Dante, osservatore scrupoloso, esattissimo e profondissimo, l'animo suo trovava piena corrispondenza. Ad ora ad ora gioisce o piange anch'essa col gioire e piangere di natura. L'imagine di Dio  dovunque; dovunque echeggia la sua voce possente. Commossa ella assiste al rinverdire e rifiorire di primavera e al morir languido della cadente stagione. Le stelle accese in cielo e il loro misterioso, eterno moto, i fiori nei campi, lo stormir delle fronde, mosse da vento soave, i ruscelletti chiari che scendon con dolce mormorio "advanceant mon dormir," l'onda marina che minacciosa e terribile si frange alla riva e s'inchina all'alto volere che le impone un freno "Comme s'il eust de verroulx ordonn Pour la garder de couvrir ceste terre," l'imperversar di bufera sui flutti immensi; ogni minimo e grande spettacolo della eterna e sempre viva natura ella ritrae nel verso con schiettezza e vivacit di sentimento. Il suo Canzoniere specchia questa variet di emozioni e nelle Prisons, ultima grande lirica forse in cui si effonde,  ancora tutto l'amore e la partecipazione accorata alla gran madre natura. Cos ella intendeva la vita degli umili come la vita dei potenti, ritraeva con mirabile freschezza e naturalezza la pastorella libera d'affanno che corre e canta pei prati, di tutto ignara fuorch dell'amor suo: "Je ne say rien sinon aymer Ce savoir l est mon estude, C'est mon chemin, sans lacitude O je courray tant que je vive" (Com. joue au Mont de Marson); coglie sul vivo i costumi e gli affetti del popolo, dell'umil volgo, ch'ella non sdegn mai. Questa regina senza trono che ha mobil corte or su or gi per la Francia, e corte solo d'ingegni eletti, come soleva avere a s dattorno Isabella d'Este, la donna che pi rifulge nel nostro Rinascimento, stimava vano l'onore che virt non radicava profondamente nel cuore (Prisons), non riconosceva nessun'altra grandezza e ricchezza fuor di quella dello spirito; tra intrighi e negozi dello Stato si trovava a disagio, come smarrita; livellava gi essa, ministra de' poveri, ella sorella di Francesco I, i vari stadi dell'uomo e della societ che livell poi cruenta la rivoluzione di Francia; la Bibbia, il gran libro ch'ella apre e legge e medita senza posa le mostrava come finissero tutte le povere e stolte ambizioni umane: dov' giustizia eterna  innalzato chi si umilia, umiliato chi s'innalza: "L'humble vilain est icy anobly;| L'orgueilleux roy est vilain approuv, Le foible fort, et le fort affoibly" (Consol.).
Pi avanza l'onda degli anni, pi cresce il bisogno di solitudine, di quiete, pi forte ed insistente l'ammonisce il "fuge rumores" pi vicina siede a lei daccanto la dea Malinconia, pi stringente  in lei l'accoramento per il rapido dileguare di tutto quaggi, per la rovina che ogni umana cosa involge. Tutto  in bala del tempo inesorabile, e tutto  in preda alla dissoluzione. L'opera sua pi altamente ispirata - vero grido dell'anima invasa dal pensier di Dio - Le Triomphe de l'Agneau svolge il concetto fondamentale dei Trionfi petrarcheschi. Cadono i potentati, cadono le signorie, cadono i regni, le repubbliche; che cosa  rimasto mai del grande romano impero "sy grand, sy beault, sy puissant et sy fort?" Rapido appare e rapido dilegua ogni ben mondano. La scienza stessa, che noi stimiamo pure bene s prezioso,  vana. "Tout se passe, fors Dieu aymer" (Canz. XXXV). Solo l'impero divino dura immutabile. I cori delle celesti sfere nel Trionfo di Margherita intuonano l'inno all'Essere supremo, alla Verit trionfante e l'inno ha un non so che della maest e solennit di Dante: "Alors le ciel de liesse et chansons, De maints accords, et cantiques et sons,| De tous costez clrement resonna. Lors vrit de sa harpe sonna Trs doucement la sacre Uranie:| Semblablement la chaste compagnie Le saint Couvent des graces supernelles, Les Chrubins entendirent leurs aisles."
La natura le si affaccia austera e misteriosa nell'ultimo viaggio ch'ella fece ai bagni di Cauterets, a' piedi dei Pirenei; quei monti che al cielo si estollono non sono per lei massa frigida ed inerte come l'erano le Alpi ai confini d'Italia per Clment Marot; questi giganti hanno vita e manifestano la grandezza di Dio e la piccolezza e miseria nostra, "nous voyons la divine haultesse par ces haultz montz, et de nous la bassesse." La preoccupazione per l'infinito e l'eterno a cui  condotta dalla fede, dal platonismo e panteismo mistico, che dalla fede sua raramente si scompagnano,  in lei costante dopo la morte del fratello. La mente solca a vele gonfie il gran mare dell'infinito. Con un pensiero di morte ella chiudeva molte sue poesie spirituali che il cuore le dettava negli anni contristati; sciogliere il nulla meschino dell'esistenza terrena nel gran tutto dell'Ente supremo, dev'essere suprema aspirazione dell'uom mortale. Un pensier di morte si volge a spire in tutta la poesia del tramonto. Con un inno solenne all'infinito che assorbe e assimila l'uom misero e frale si chiudono le Prisons.
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Come tutti i grandi, questa gran donna infelice ama dar veste simbolica all'idea che esprime in versi. La natura esteriore, gli affetti nostri, l'amore, il mondo, la vita, tutto  misterioso simbolo. "Alles Vergngliche ist nur ein Gleichniss," poteva ripetere con Goethe. Che un sogno fosse la vita, prima che il Calderon scrivesse il dramma e l'"auto" famosi, cento poeti e filosofi l'aveano ripetuto, dopo Walther von der Vogelweide, lo ripet pi volte il Petrarca, spirito irrequietissimo, malinconico spettatore del rapido sparire delle illusioni, dei conforti suoi, d'ogni umana vicenda. E Margherita pur essa, nell'Oraison de l'me fidle, pareggia la vita a un sogno, a un'ombra, a una vana e fugace illusione. "Ma vie doit un songe estre estime, D'ombre passant de vapeur ou fume, Car tous les ans et les beaux cours sont telz. Force et beaut n'est rien qu'une nue D'un peu de vent defaicte et abysme." Il mondo della visione e del sogno, il mondo di Dante  pure il mondo suo. Con un Dialogue en forme de vision nocturne aveva esordito nel canto. Erano ben pochi in Francia coloro che avessero come lei il dono di imaginare intensamente nell'astratto. Il Rinascimento, con quel suo retto e fine senso delle cose reali e palpabili, aveva con soffio audace spazzato via gran parte dei falsi sembianti, delle astrazioni ed allegorie e personificazioni che l'et media aveva lasciate in retaggio e pullulavano in Francia pi che altrove. Margherita, che dello spirito nuovo era tutta invasa ed a quel sole nuovo dell'arte che vedeva spuntare sull'orizzonte d'Italia amava riscaldare l'arte sua, non osa rompere ancora col passato; congeniale co' mistici del medievo, studiosa dell'Alighieri ed anche, come le ultime rime rivelano, di Santa Caterina da Siena, pur nota a Cristine de Pisan, ritiene essa pure l'allegoria come intimo coefficente dell'idea. Chi legger mai la Bibbia per intenderne il solo senso letterale, trascurando il senso simbolico ascoso?: "L'intelligence spirituelle est la marguerite casche," scrivevale il Brionnet nel 1524, "laquelle par la lettre qui est la chandelle se trouve, que l'on laisse, la marguerite trouvee. Laquelle ne se communique  chacun et n'en congnoissent la valleur et excellence". E ancora, parafrasando il "Littera occidit, spiritus vivificat:" "Et pour ceste cause dict doncques le saige que l'escripture saincte est une parolle dicte selon deux faces, interiore et exteriore, litterale qui est l'argent, exteriore face de la pomme, et spirituelle, qui est l'interiore pomme d'or couverte par les retz d'argent."
Dalla forte educazione dello spirito, dal pensier grave e costante alle eterne cose, dalla poetica interpretazione delle sacre scritture, dalla tendenza all'allegoria, al simbolo, Margherita di Navarra era spinta allo studio della Commedia dantesca, la quale, solo dal 1547 innanzi diventa per lei nutrimento vitale. Quando il fratello, amato come divinit in terra, amato ciecamente anche nelle estreme fralezze, muore e l'abbandona, ella, "triste jusqu' la mort," ricorda il martirio di Francesca e quella sentenza di Boezio, gi prima espressa da Virgilio e da Seneca, scolpita in due meravigliosi versi da Dante, ch'ella trov "autrefoys en Dante", in altri tempi capricciosamente derisa, le appare ora verissima pur troppo e al suo destino fatale pur troppo applicabile "pour avoir esprouv Flicit et infortune austre." Cos, sanguinando il cuore per la perdita "aigre et amre," ripete con Dante e la misera Francesca: "Douleur n'y a qu'au temps de la misre se recorder de l'heureux et prospre." I versi di Dante hanno eco ancora in lei quando scrive le Prisons, quando deplora le afflizioni a cui l'uomo soggiace (pag. 174): tra le quali dolorosissim' "le regret qui plus que tout le blesse Des grans plaisirs passez, qui retourner Ne peuvent plus, quoy qu'on puysse donner: Croyez qu'il sent ung cruel purgatoire, Quant il n'auroit douleur que la memoire Du temps pass, sans les maulx de present." E come Francesca ama oltre la tomba e soffre l'eterno martire coll'amante che mai da lei sar diviso, ella pure l'afflitta donna sente che niuna forza potr frangere l'amor suo. Nell' Oraison de l'me fidle esclama "O forte Amour plus forte que la Mort." A quel tempo un'altra donna di Francia, che di poesia molto si dilettava, festeggiata a Lione, levata al cielo per la bellezza e l'ingegno, Louise Lab, leggeva i casi di Francesca, non lagrimando come Margherita di Navarra; l'amor fugace aveva per lei fascino maggiore e maggior potere dell'amor divino ed eterno; la terra parlava a lei pi eloquente del cielo, a lei che agli ardenti baci di taluno degli adoratori non suoi ricus le labbra tremanti, e nel Dbat de folie et d'amour che Robert Greene non sdegn tradurre nella sua favella, la "belle Cordire" d'amore e di follia intendentissima ricordava tra gli esempi d'amore che a cor gentil ratto s'apprende, anche quello di Francesca.
Nell'anno medesimo in cui Margherita di Navarra perdeva il fratello, usciva a Lione coi tipi del Tournes un'edizione della Commedia munita di una epistola a Maurice Scve, il poeta della Dlie che manc il suo scopo, come poi vedremo. Non dubito che Margherita ne acquistasse una copia e trovasse occasione propizia per rinnovare le letture de' tempi suoi migliori, or che di forti pensieri in forti versi pi che mai aveva bisogno, or che in Dante poteva trovare un intimo confidente al suo dolore. Non aspettiamoci da Margherita nessuna di quelle lodi entusiastiche che i nostri poeti e scrittori prodigarono a Dante prima che l'Italia fosse retta dallo scettro del Bembo "divinissimo" fin anco nell'opinione dell'Aretino. La Francia non aveva avuto ancora un periodo di preparazione allo studio della Commedia. Tutto l'incenso era bruciato all'altare del Boccaccio e del Petrarca. Cristine de Pisan era sola nel suo secolo ad ispirarsi alla Commedia, Margherita di Navarra similmente era sola a' suoi tempi a sceglier Dante a guida dello spirito. Doveva tuttavia reprimere l'amor suo per il poeta del triste inferno, non rivelarlo almeno a voce troppo alta. Una volta, non si sa ben quando, ella parla di Dante e dei casi suoi a colui ch'ella cela sotto il nome di "Amye" nelle Prisons, e che sar o non sar Enrico di Navarra il secondo sposo, ma il suo discorso altro non  che fiato al vento e, se dobbiamo prestar fede a quanto rammenta nel poema, ella n'ebbe non lode, ma rimprovero: "Je m'en tairay de peur d'estre reprins, Comme j'estoys lorsque je vous aprins Tout le discours de Dante et son histoire:| Impossible est que n'en ayez memoyre." Prometteva ella di tacere, eppure qui ancora ragiona di Dante e di Beatrice, loda il sommo poeta, consiglia di leggerne i canti: "Lisez ses chantz, o tant de bien on trouve." Di tante virt nel poema dantesco, la pi meravigliosa era per lei certamente quella di saper dare corpo e vita all'astratto. Senza consultar punto i commenti del Landino e del Lana che allora cominciavano ad introdursi in Francia, ella accenna all'allegoria delle tre fiere: "Je n'oubliay vous dire que trois bestes Mettoit au lieu des tyrantz deshonnestes, C'est assavoir lonze, lyonne et louve ...vous verrez que ces troys bestes sont L'empeschement d'aller  ce beau mont, Dont avoit veu l'espaulle verte et nette, Vestue j du ray de la planette| Qui meyne droit par le royal chemin L'homme fidelle et saige pellerin." Questa medesima allegoria serve come di cornice al quadro delle Prisons; tre pure saranno gli ostacoli e della natura delle tre fiere dantesche, che rovineranno l'uomo al basso e gli contrasteranno la salita al dilettoso monte. E qualcosa della robustezza virile del verso dantesco, della concezione imaginosa, ardita di Dante: la gravit del pensiero, il calore della passione, la viva personificazione dell'astratto troviamo nelle sue ultime rime. Le quali ben rivelano il potere irresistibile che l'alta e forte poesia esercitava sull'anima della nobil donna, s da obliare, dice ella nelle Prisons (187), il dover suo ed alludendo forse all'ascoso e profondo significato della Commedia, soggiunge: "C'est ung plaisir de poesie aprendre, Mais que le sens l'on puysse bien entendre: L'entendement n'en est  nul donn, Fors  celluy qui est poete n."
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Ispirazione diretta, immediata dalla Commedia dantesca fu gi supposta da parecchi critici, primi fra tutti il Lefranc e Gaston Paris, in quel poema che Margherita scrisse a Tusson a sfogo dell'anima, piangendo la morte dell'idolatrato fratello, l'immensit della sua sciagura, l'abbandono in cui si trovava nel mondo tristo e pien di perigli, nave senza alcun nocchiero. Un affetto intenso, senza pari, una visione prolungata nell'al di l della vita, il dolore, la fede ardente hanno generata quest'opera, scritta non solo nel metro, ma a tratti anche nello spirito di Dante. Margherita non aveva osato mai fino allora piegare il verso alla terzina solenne, or come poteva riuscirle cos facile e naturale il metro della Commedia? La "rime tierce" era stata introdotta in Francia da Jean Lemaire, non ad imitazione della Commedia come fu detto, ma dietro l'esempio dei Trionfi petrarcheschi, e qual poca fortuna abbia avuta, come stentatamente la usassero Germain Colin, Jean Bouchet, il Bergaigne, l'anonimo traduttore dell'Inferno dantesco e qualche altro poeta o versificatore di poco grido, dissi in altra occasione. Non credo che Margherita ricevesse l'impulso dal Lemaire o da poeta alcuno in Francia. La Commedia di Dante ch'ella leggeva ora, immersa nella sciagura, le offriva la forma pi acconcia per vestire in forma di visione il pensier suo, senza punto affievolirlo. E quanto pi profondamente sente Dante in s e arde viva la fiamma d'ispirazione, pi spontanea, pi robusta e forte procede la terza rima, svolgendosi dal suo mistico intreccio. Giammai terzine scritte in lingua di Francia ritrassero il vigoroso spirito di Dante, come quelle che Margherita di Navarra usa all'esordire del poema sulla morte di Francesco I. Ma solo in parte ed, ahim, in minima parte l'ispirazione dura possente. Questa donna che sfoga il dolor suo col canto, , simile ai grandi poeti di Spagna del '500 e del '600, tutta di primo impulso. Il tumultuoso, concitato e rapido succedersi delle idee, la vampa del sentimento danno vita al verso; ma lo spirito teso di troppo subito illanguidisce e langue e si spezza con esso il verso. Gran ventura sarebbe stata se la penna sapesse posare quando appariva esausta la fonte d'ispirazione e dalla mano stanca le cadesse. Il senso della sobriet le manca affatto. Non cura l'ombre gettate in mezzo agli sprazzi di luce dell'arte sua. Allunga, stiracchia, stempera un medesimo concetto, rima a freddo, accumula i versi sbiaditi, insipidi, immiserendo la poesia pi sublime. A tratti il poema in terzine  d'insopportabile monotonia, appare come una semplice versificazione di luoghi comuni e fa desiderare una falce che lo recida inesorabile. Le lungaggini dei versi di Margherita sono ben altra cosa delle "divine lungaggini" che Schubert prodigava in alcune sinfonie. Ella innalza il suo edificio poetico senza menomamente riflettere alla proporzione e all'armonia delle singole parti. La poesia  per lei semplice e liberissimo sfogo dell'anima. In quella "nuit gothique" dalla quale il Rabelais, scrivendo a un amico, vantavasi esser uscito per aprire gli occhi al sole, ella, e il Rabelais non meno di lei, potevano vedere emergere fra le tenebre, sfolgorante di viva luce, lanciata al cielo come gotico tempio, l'architettura meravigliosissima della Commedia, compiuta, ordinata con divina perfezione. L'eloquenza degli scrittori sacri, ripresa poi con abbondanza di vena dal Bossuet, dal Massillon, dal Bourdaloue, pi conveniva a Margherita che lo stile scultorio, incisivo di Dante. Incidere come Dante faceva nel vivo e per tutti i secoli, ella non sa; ma quando tutte le fiamme dello spirito in lei si accendono, ella coglie pur come Dante gli oggetti in azione, sa dare al verso calore ed energia, energia insolita nella poesia in Francia in un secolo che pur produsse il tempestoso poeta dei Tragiques.
La Bibbia, la Commedia di Dante le suggerivano i concetti pi elevati nel poema in terza rima. Ma i concetti, le imagini di Dante ella non riproduce, non imita come fanno i mediocri ingegni, li trasfonde nella fantasia propria. La visione  talvolta in lei intensa ed ella n' scossa, affranta, ne soffre quasi fisicamente, come ne soffriva Dante. Il fratello che piange le appare in sogno, le parla, e quegli accenti di oltretomba la colpiscon s ch'ella ne perde i sensi: "Ce que devins quant ceste voix j'ouys, Je ne le say, car soubdain de mon corps Furent mes sens d'estonnement fouys". Dalla visione di Dante  scaturita la vision sua. Se la voce cotanto amata l'ammonisce di volgere i passi suoi per altra via, di non pi far soggiorno "en ce desert d'un amour faulx et fainct," d'innalzarsi sulle cose fallaci di quaggi: "Laisse mensonge et ensuis verit" ognun vede che alla mente di Margherita s'affaccia l'esordio della Commedia dantesca. Come Dante, rovina ella pure in basso loco, nel gran deserto, nella deserta piaggia "imagini di ben seguendo false" ed  provvidenzialmente soccorsa da sovrannaturale virt. Nel fratello diletto, suo duce, suo conforto, sua scala al cielo fonde e rifonde insieme i tratti di Virgilio e di Beatrice. "Es tu celluy," esclama "par qui l'eau trouble et noire .... Parfaicte amour de larmes m'a faict boire? Es tu celluy que plus que moi j'aimoys?" e varia a modo suo, pur conservando la movenza del verso l'esclamazione di Dante all'apparire di Virgilio. Nel periglioso stato, non pu aver pace finch alcun legame la terr avvinta in terra, finch alle mondane lusinghe non avr chiuso l'animo per sempre. Si tolga ogni pensier terreno, le consiglia il fratello, drizzi la mente a Dio: "Quicte ton corps, et lors spirituelle Pourras savoir plus que n'as merit." Ogni dolor tace in grembo a Dio; ogni virt, ogni scienza, deve avviarci alla sapienza divina (pag. 387). "Et tout ainsi que le desireux zele Faict que l'oiseau, pour ses petits reveoir,| Haulce de terre au ciel sa legere aile Mon ame fit a l'heure son debvoir D'habandonner sa terrestre memoire Pour s'adonner  ce divin savoir."
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Della poesia e dello spirito di Dante risentono ancor pi le Prisons di Margherita di Navarra ch'ella comp forse alla vigilia della morte, poema assai vasto, pieno di mortali lunghezze, ma pur sempre e per l'alto concetto simbolico e la perfezione di alcuni frammenti, documento insigne dell'originalit e grandezza della virt creatrice di questo poderoso e bello ingegno, la Commedia umana e divina di Margherita. Non per nulla ella ha voluto far qui esplicita menzione di Dante e di Beatrice. La purificazione graduata che Dante compie nel peregrinaggio pei tre regni di oltre tomba con la suprema scorta di Beatrice, assorgendo da carne a spirito, a perfezione sempre maggiore fino a raggiungere al cospetto di Dio la suprema grazia e la virt,  quella medesima che Margherita, o l'eroe del suo poema compie, passando da una prigione all'altra fino a raggiungere, coi lumi della fede, la libert perfetta, fino a congiungersi col gran tutto divino.
Il tema fondamentale delle Prisons  in sostanza quello del Triomphe de l'Agneau e l'opera spirituale, diremo, di Margherita, appare per la saldezza stessa della fede, variata di poco. La fragilit e nullit estrema delle cose di quaggi, la grandezza ed eternit delle cose divine. Ma in qual mondo di idee  involto questo solo concetto! Qual palpito di vita in questa perpetua distruzione della vita! Il metro di Dante  qui sacrificato al decasillabo a rime baciate, il facile metro in cui Margherita comunemente amava trasfondere il pensiero. E fu sventura forse. La terza rima l'avrebbe costretta a maggior sobriet e concisione, avrebbe pi disciplinata la mente che divagava snervandosi dietro l'impulso della cadenza ritmica abituale. Dalla Commedia di Dante  tratta in parte l'allegoria del poema. I tre ostacoli capitali, da tre fiere simboleggiati, che si oppongono all'ascensione di Dante sono i medesimi tre tiranni "les plus cruelles bestes" che Margherita suppone doversi abbattere, prima di uscire dal carcere mondano, l'oscura selva degli errori e delle passioni, la selva delle false apparenze che pur ritroviamo nella Gerusalemme del Tasso. Abbandonata la terzina, il sacro e mistico numero caro a Dante e messo come a base della figurazione simbolica esterna della Commedia, s' pure in altro modo imposto al simbolismo delle Prisons. In tre libri il poema  diviso. Tre sono le prigioni che incatenano l'uomo e gli tolgono la luce vera dello spirito; di tre tiranni: lussuria, avarizia e cupidigia  vittima nel secondo carcere. Sapeva pur Michelangelo il titano solitario, che per l'ardore della fede, l'intensit del sentimento e il culto a Dante ci ricorda talvolta Margherita di Navarra "in che carcer quaggi l'anima vive." Gi il Petrarca, stanco della terra, desiando fruire la vista del cielo, aveva lanciato il grido: "Aprasi la prigione ov'io son chiuso, E che 'l cammino a tal vista mi serra."
Questo concetto del mondo materiale visibile e sensibile partito in tre carceri ad ammaestramento morale dell'uomo, questo successivo sprigionamento ed innalzarsi graduale dell'umana dignit, questo temprar lo spirito al fuoco dell'esperienza, di tutte le esperienze, il sollevarsi dall'ardore della vita attiva all'estasi della vita contemplativa, e il togliere a poco a poco all'uomo la scorza esteriore, lo scomparir successivo del terrestre e il comparir del celeste, lo sciogliersi del profano nel sacro, del finito nell'infinito, l'addensarsi continuo di ruine, il considerare l'amore come nodo a cui l'umanit tutta si stringe, l'uscir dal carcere morale non per volont propria, ma per impreveduta spinta del di fuori, non a torto vedendo nel caso un reggitor potente degli umani destini, il tuffar dell'uomo nella scienza che non dona tutta la libert allo spirito, inerme anch'essa di fronte alla rivelazione divina, la concezione tutta di questo meraviglioso ed imaginoso poema allegorico, in cui a tratti aleggia lo spirito eccelso di Dante, era ben degna della mente elevatissima di questa donna, e supera forse, per originalit ed ardire i poemi tutti dei maggiori e minori Dei della Pljade, malgrado l'ostinato ripetersi delle idee principali e la prosa inesorabile versata sovente a piene mani sul verso ispirato.
Che la facile allegoria del Roman de la Rose, sempre cara ai poeti di Francia, tornasse ad allettare Margherita di Navarra, mentre scriveva le Prisons, di troppo allungando l'opera sua, era ben naturale. Della lettura del romanzo famoso i due primi libri risentono in particolar modo. Abilmente ella per sapeva assimilare alle idee proprie le reminiscenze delle opere altrui. Non sdegnava togliere concetti ad altri poemi allegorici minori; non sdegn ispirarsi a volte anche all'interminabil poema di Cristine de Pisan Le chemin de long estude, ma l'impulso pi possente le giungeva dalla Commedia di Dante. Come le sfere celesti nel Paradiso di Dante si sovrappongono allargandone a grado a grado la periferia dal cielo della luna all'empireo, le Prigioni di Margherita medesimamente sono imaginate concentriche; le tre cerchie s'allargano dal basso all'alto. Nella prima l'uomo esperimenta l'amore, nella seconda tutti gli allettamenti mondani, nell'ultima la scienza. Virgilio, guida e maestro di Dante nel peregrinaggio dei due primi regni, torna in altre sembianze ad essere consigliere e duce in quel recinto delle Prisons occupato dalla scienza coi labirinti suoi inestricabili, purifica l'uomo dalle sue stolte brame, uscito deluso dal carcere d'amore, libero ancora da quello dove lo tenevano avvinto le gioie fallaci del mondo e gli onori, le ricchezze, le grandezze, lo solleva cogli studi gravi, lo prepara all'intendimento della somma delle scienze, la dottrina divina "par qui seront rompuz vos vicieux Lyens, que tant trouvez dlicieux." Cos Virgilio "il mar di tutto il senno" preparava Dante rinforzandone e purificandone a grado a grado lo spirito, alla visione celeste, lo conduceva alla soglia del cielo, a Beatrice. E il veglio nel poema di Margherita ha in parte l'aspetto del vecchio venerando ch' di guardia al Purgatorio dantesco. La lunga barba di pel bianco mista che scende al petto di Catone, fregia pure il petto del duce nell'ultimo carcere; come Catone ha nobil figura, degna di tanta riverenza, "ung vieillart Blanc et chenu, mais dispost et gaillart De trs joyeuse et agreable face,| D'audacieuse et grave et doulce grace, D'un marcher lent." A Dante il venerando aspetto di Catone fa riverenti le gambe e il ciglio. Similmente l'eroe delle Prisons avvedutosi del veglio confessa: "Ne me peuz tenir De
m'incliner et faire reverence A l'ancien qui donnoit esperance, Le regardant seulement  sa myne De recevoir de luy quelque doctrine." E inchinatosi, sollecito il novello Catone ammaestra coi lumi della sua esperienza ed  s loquace quanto il Catone dantesco si rivela austero e parco di parole.
Epopea protestante furono chiamate le Prisons di Margherita, l'Istituzione di Calvino messa in versi e sacrata alle Muse, preludio al Paradiso perduto di Milton; il desio di tutto riconoscere, di tutto esperimentare nell'uomo, lanciato di prigione in prigione, sempre pi sollevandosi e avvicinandosi alle eterne cose, il passare da una attivit all'altra nel carcere mondano e quel non arrestarsi mai per individuale iniziativa nell'azione che mai soddisfa e mai non libera l'uomo dai lacci suoi, quella sete inestinguibile di sapere che gli fa libare d'ogni scienza, fino a trovar pace nel verbo divino, negli eterni editti, pu sembrare in pieno Rinascimento, nel secolo di Faust, un preludio all'immortale poema di Goethe. A coronare l'opera sua, Goethe volle muovere all'incontro di Dante; nell'empireo dantesco trov la soluzione ultima alle ispirazioni sempre insoddisfatte dell'uomo. Margherita pur s'accorda con Dante nell'ampia chiusa delle Prisons. Nei versi sui quali tutta s'aggira l'ultima parte del poema sulla redenzione dell'anima: "O est l'esprit, l est la libert," "o l'esprit est divin et vehement La libert y est parfaictement" ritrovi in sostanza le parole con le quali a Virgilio piacque di presentare Dante a Catone: "Libert va cercando, ch' si cara, Come sa chi per lei vita rifiuta." Ben sapeva l'alta donna penetrare nell'intimo del pensiero del sommo e scoprire nel verso, che altri solo letteralmente intendeva, il senso simbolico ascoso: la liberazione dello spirito nel peccato. Cos l'eroe suo, uscito da schiavit, fatto libero e puro, s'acqueta alfine e trova pace, pace suprema, quella pace alla quale Dante aspirava con l'ardore della grandissima anima sua, quella libert dello spirito che per tante vie va cercando ogni mortale. Cos per vie s storte e lunghe giunge essa pure a scoprire come Dante "la forma universal di questo nodo," vede "legato con amore in un volume ci che per l'universo si squaderna" e come Dante rivolto a Beatrice, anche Margherita, compiuto il lungo peregrinaggio, pu esclamare al redentore suo: "Tu m'hai di servo tratto a libertade Per tutte quelle vie, per tutti i modi, Che di ci fare avei la potestade". Senonch, pervenuta alla cima dell'altissima scala ch'ella fra cielo e terra ponea, tutta rivolta alla contemplazione della sfolgorante luce divina, tutta immersa nel dolce mare dell'infinito amore, nel soliloquio suo ella non ascolta pi voce di poeta veruno, e canta in mille variazioni l'inno al gran Tutto, che tutto assorbe e tutto comprende e il nulla umano assimila all'eterno, ripete mille volte il motivo fondamentale della "dolce sinfonia di Paradiso" che s soave al suo cuore sonava, fino a generare in chi l'ode mortal noia e stanchezza ed a toglierci gran parte della venerazione nostra per quel suo Dio sterminato che imparadisa la sua mente. "Omai sar pi corta mia favella" diceva Dante, presso a toccare la meta prefissa. Margherita che pur temeva di "ennuyer par la longueur" (Prisons 263) e proponevasi di metter fine una buona volta " ce facheulx langaige", rapita nell'estasi, nella sua ebriet mistica, si dilunga spaventevolmente, pi non conoscendo n misura, n freno. Basta, vorremmo a pi riprese gridarle; non pi, assai t'abbiamo intesa.
Margherita di Navarra aveva con magiche chiavi aperto il tempio in cui, solitario, non turbato da voci importune, Dante il gran nume posava. Quand'ella usc di vita si chiuse il tempio, spariron le chiavi e nessuno pi per molti anni le ha ritrovate.
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ARTURO FARINELLI.
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FINE.